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ASIS news Anno VI numero 1 - 15 gennaio 2007
Avvenimenti - Pagina 9
Ai margini del caso Welby
Una lezione di Dante
Felice Irrera
Il divieto alla celebrazione di funerali religiosi per Piergiorgio Welby, il malato di distrofia muscolare, tenuto in vita dalle macchine, al quale recentemente è stato staccato il respiratore artificiale, ci riporta alla mente, per analogia, l’episodio narrato da Dante nel III canto del suo Purgatorio, di cui è protagonista il figlio dell’imperatore Federico II, Manfredi, morto combattendo valorosamente nella battaglia di Benevento.
Egli stesso racconta a Dante, pellegrino nell’oltretomba, del tumulo eretto sulla sua sepoltura ad opera dei soldati nemici, che passando davanti a quel luogo gettavano ciascuno su di esso una pietra in segno d’onore, erigendogli così una specie di monumento sepolcrale.
Aggiunge poi che per mandato del Papa Clemente IV, successivamente, il vescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli lo aveva tratto da quella onorevole sepoltura trasportandolo in terra sconsacrata in quanto morto scomunicato dalla Chiesa.
Dante narratore, con la sua poetica fantasia, salva Manfredi, sia pure condannandolo a girare intorno al monte del Purgatorio per un periodo trenta volte maggiore a quello in cui visse in contumacia della Chiesa, in grazia di un supposto suo pentimento in punto di morte, come lo stesso re afferma:
“Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei”.
Fa dire poi a Manfredi, in riferimento agli uomini di Chiesa (“lor”), così certi d’interpretare la volontà divina:
“Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar l’eterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde”.
Ci sembra che il divieto di una funzione religiosa per il funerale di Welby, sia paragonabile, “latis verbis” al trasporto in terra sconsacrata delle ossa di Manfredi, almeno per quel tanto che, in entrambi i casi, la Chiesa sembra arrogarsi il diritto (dimenticando una delle tre virtù teologali, la carità), di condannare chi nel corso della sua vita non ha dimostrato interesse per la religione.
In più, nel caso di Welby, c’è da considerare il calvario (la parola non è scelta a caso) da lui affrontato praticamente dall’età in cui gli fu diagnosticato il morbo impietoso.
È d’altronde ben noto che, in casi assai meno eclatanti di questo, non viene negato, nemmeno a chi non ha mai praticato la religione cattolica, quasi sempre nemmeno ai suicidi accertati, il funerale religioso, se richiesto dai parenti. Anzi, solitamente, si giustifica tale concessione ai suicidi (che di per sé dovrebbero esserne esclusi) con la considerazione che nessuno può sapere cosa sia passato nella mente di essi un attimo prima del trapasso. E allora? Ci sembra di non essere lontani dal vero se, esaminando i due casi, pensiamo che la decisione (sia essa stata del parroco o del vescovo o del papa) sia stata esclusivamente di natura “politica”: ribadire, cioè, nel caso di Welby, il divieto assoluto di praticare l’eutanasia, che si sarebbe potuto inficiare “concedendo” la cerimonia religiosa; in quello di Manfredi, per affermare, con lo sconcio disseppellimento, il primato assoluto della Chiesa anche in campo temporale. In entrambi i casi dove sta la carità?

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