ASIS news Anno IV numero 20 - 30 novembre 2005 - pagina 9

redazione
Il fenomeno dell’immigrazione
RISCHIO O RISORSA?
L’Italia, corsia preferenziale per raggiungere il cuore dell’Europa

L’argomento non è di quelli che scivolano come l’olio. Decidere se e come ospitare la moltitudine di uomini che premono da ogni parte, per avere accesso al nostro continente, è materia che investe la politica, l’economia, la morale.

Già negli anni ’70, lo storico francese Brandel scriveva che “il destino dell’Africa è d’invadere l’Europa e quella dell’Europa d’accoglierla”. Si era lontani dalla “globalizzazione”, il mondo era diviso dalle ideologie, vale a dire dalla spartizione della Terra in due grandi sfere d’influenza: gli Stati Uniti controllavano l’economia dell’Occidente, mentre ad Oriente era guidata dal potere sovietico. Tutto veniva stretto dentro le maglie dei potenti della Terra e senza alcuna possibilità di attraversare una rigida rete d’acciaio.

L’emigrazione si apriva qualche varco nelle zone a maglia larga, dove eludeva i controlli di frontiera. L’area del Mediterraneo era il crocevia di un’endemica, capillare, ininterrotta penetrazione nel continente europeo. L’Italia, il paese più ambito e comunque quello da usare come corsia preferenziale per raggiungere il cuore d’Europa, è stato di manica larga. Del resto, siamo il popolo che ha conosciuto il dramma dell’emigrazione, e che ne conosce ogni risvolto.

L’educazione cristiana alla solidarietà unita a questa storia di gravi sofferenze sociali, suscitava uno spontaneo spirito di condivisione. Ecco perché noi viviamo il problema degli immigrati con una sensibilità particolare: perché siamo stati figli della stessa miseria, perché abbiamo affidato ai viaggi per mare le medesime speranze, perché sappiamo che cosa significa trapiantare la vita di intere famiglie, in terre straniere. In questa disposizione ad affrontare il problema c’è un lascito storico e culturale che risale ad una “gens” cresciuta misurando la propria identità con quella dei suoi stessi popoli nati sulla penisola da ceppi diversi destinati a riconoscersi e a fondersi in una patria comune.

E’ noto a tutti che alla “macchina del benessere” vengono meno gli addetti di “basso livello”, un eufemismo per indicare quanti tra i nostri lavoratori, non intendono più dedicarsi alle “attività infime”, le più faticose e le meno remunerate.

L’ordine pubblico è stato messo alla prova dall’arrivo indiscriminato di tanta gente venuta da noi anche per istigare, usare e persino schiavizzare la prostituzione, darsi allo spaccio di droghe, alla rapina. Contro questo fenomeno, occorrerà opporre un rigido sistema per verificare l’identità degli immigrati e il loro effettivo assorbimento da parte del mercato del lavoro. Andranno sottoposti ad una selezione ed aiutati a radicarsi nella nostra società.

Tutto il resto è contro lo spirito di fratellanza, la politica della solidarietà civilmente intesa, i nuovi parametri dell’economia, condizionati non solo dalla produttività e dai consumi, ma anche da fattori sociali, psicologici e culturali. Mentre già da tempo percorriamo le autostrade elettroniche, alla ricerca di nuovi orizzonti, è un segno di angustia intellettuale e morale, oltre che mancanza del più pragmatico realismo, attardarsi nei viottoli di un mondo estraneo al suo destino globale, presidiando le sbarre dell’egoismo e del pregiudizio.

Siamo nati per essere tanti uomini nell’uomo, il solo che sia stato creato dall’unico Dio.

Paola La Valle


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