ASIS news Anno IV numero 20 - 30 novembre 2005 - pagina 7

trisolino
“Penso positivo” di Jovanotti e “Dio è morto” di Francesco Guccini
A CONFRONTO “IL PENSARE POSITIVO”
E “IL PENSARE NEGATIVO”
Dio “muore” se penso negativo

È importante, come dice Jovanotti nella sua canzone, ragionare con la propria testa e pensare positivo.

Di conseguenza è importante essere contro la corruzione e la meschinità, i falsi miti ed i falsi dei, essere contro l’autoritarismo, l’arrivismo, il carrierismo ed il conformismo di cui si parla nella canzone di Francesco Guccini.

Quando si pensa positivo si è ottimisti e con l’ottimismo migliora l’autostima e si riesce ad affrontare meglio la vita.

Quando si pensa positivo la speranza non muore mai e si costruisce, si va avanti, si fanno continui progetti.

Quando non si pensa positivo, invece, si è insicuri e si tende ad addossarsi tutte le colpe e, pur essendo pieni di potenzialità, non si progredisce.

Giocare, suonare, essere creativi favorisce lo star bene; coltivare le proprie passioni, avere del tempo libero da gestire, ritagliarsi uno spazio in cui lo scopo è gratificarsi rende piacevole la vita.

Amare noi stessi è il primo gradino per poter stare bene anche con gli altri. Volersi bene, non vivere in preda ai sensi di colpa, credere in se stessi e nelle proprie potenzialità aiuta molto nei rapporti con gli altri. L'amore per se stessi non deve però sfociare nel narcisismo o nel senso di onnipotenza che anziché avvicinare gli altri, li fa scappare.

Ridere e quando ci vuole anche piangere. Ridere fa benissimo, rilassa.

Una risata di quelle che non finiscono più fa sentire il corpo rilassato e la mente pronta all'azione.

Ma anche piangere può servire, perché è un ottimo modo per dare adito alle proprie emozioni e sentimenti che se compressi a lungo possono sfociare nell'ansia e nella depressione.

Dio muore quando tutto questo non è più praticabile, quando, parafrasando Jovanotti, tra il bene ed male vince il male, quando con gli abiti sacri si benedicono i massacri, quando gli abbracci si confondono con le catene, quando con i baci si tradiscono gli amici, quando non si riesce ad uscire dal metro quadrato delle proprie meschinità. Dio muore nell’indifferenza, nella disattenzione e nella furbizia dell’uomo mediocre; muore tra gli uomini vili e addomesticati che hanno fatto del “qualunquismo un’arte”. Ma risorge, come scrive Guccini, “in ciò che noi crediamo”, “in ciò che noi vogliamo”, “nel mondo che vogliamo”; risorge nel mito di quanti si sono adoperati per l’uguaglianza e la pace o hanno fatto della solidarietà l’unico ideale di vita; di quanti sono morti per la difesa dei diritti umani o si spendono per la pace e per salvare gli altri.

Equivocando sul titolo, che richiama una celebre espressione del filosofo Nietzsche, e fraintendendo il significato del testo, la Rai censurò il testo di Francesco Guccini, che rappresenta uno dei vertici della canzone d’autore italiana. Il sospetto di blasfemia, però, per quanto riguarda questa canzone può infiltrarsi soltanto in una mente ottusa e “malata”, in una mente “negativa”: ne sia prova il fatto che “Dio è morto” venne poi trasmessa da Radio Vaticana, che invece l’apprezzò per i suoi contenuti come pure fece papa Paolo VI.

Io l’ho ascoltata quest’estate a Gioiosa Marea, durante il concerto di ferragosto dei Nomadi: il pubblico la cantò a squarciagola per intero, parola per parola, dimostrando, oltre l’esigenza della partecipazione, una grande necessità di rinascita affinché Dio possa risorgere ancora ed illuminarci il cammino col suo pensiero positivo.

Italo Anastasi


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