
Come scrisse una volta Franco Fortini si giudicano i libri e non gli uomini.
Non è questo, infatti, il luogo per rendere a Domenico Franciò lomaggio che merita. Si ricorda per sempre chi ci ha sorretto, non è necessario per questo compiere atti appariscenti o eccezionali, quando barcollavamo sotto il peso delle ansietà giovanili.
Questa persona ha lo stesso nome dellautore di un libro che abbiamo tenuto per tanti anni a portata di mano leggendolo e rileggendolo nei momenti di stanchezza e di tedio, tornando a cercarlo a intervalli liberi e, forse per questo, spontaneamente regolari, rivolgendoci ora a questo ora a quello dei trentatre piccoli pezzi solo apparentemente facili che lo compongono.
Parlo de La religione del bar, il libro di racconti messinesi che Franciò aveva pubblicato per i tipi di Intilla nel 1987 e che ora esce in una rinnovata veste grafica e corredato da una postfazione di Giuseppe Rando.
La consuetudine quasi ventennale con un libro così amabile suggerisce la prima fondamentale cautela di non volerlo sezionare criticamente alla ricerca di definizioni,col che si rischia di scoprirlo molto meno piano e accessibile di come era sembrato a prima vista, quasi volesse ritrarsi di fronte a una richiesta indiscreta. Come il capo dei briganti di un antico romanzo cinese si rifiuta di estrarre il cuore e il fegato dal probo e generoso scrivano Sung dopo averlo riconosciuto, noi lasceremo al loro posto i congegni narrativi di Franciò rassegnandoci alla loro irremovibile singolarità. Parliamo di congegni perché i brevi racconti di Franciò sono elementi di un unico ordito dal quale risultano inseparabili. Più che bozzetti che tendano a documentare vari aspetti della vita messinese degli anni Quaranta e Cinquanta, essi sono i capitoletti di un unico organico romanzo di formazione. Insomma, fuor di cautela, il tema del libro è unico, affrontato da angolazioni, da punti vista molteplici ma fortemente connessi. Il problema è quello della esigenza di socialità di un ragazzino e poi di un adolescente in unepoca e in una città precise. Tale domanda deve, pena il fallimento e la caduta nel nulla, trasformarsi in paideia, in educazione al rapporto con gli altri e da qui a un sentire comune.
Il tema del libro è liniziazione a unidentità e a un mos condivisi. Per questo lautore passa in rassegna i luoghi e i modi di questa iniziazione: la strada, il bar, la scuola, il teatro, il lido, la stessa lettura. Per questo vi abbondano le figure di maestri, espliciti o impliciti, ufficiali o ufficiosi. La grande maggioranza dei testi di Franciò rappresenta latto delleducare, lincontro o lo scontro tra chi deve compierlo e chi accoglierlo, esserne coinvolto. Non sono sempre rose e fiori. Il professore di Memoria culturale viene travolto dal ricordo di una feroce e ingrata convivenza tra discenti, che aveva tentato di scongiurare divenendo un alacre e umanissimo docente. Ma anche il ragazzo di Oscuramente forte apprende dalla nonna contadina (si parlava di educatori ufficiosi) una lezione di serietà inizialmente durissima. Così come nellessenziale Una mano, la scazzottata con un coetaneo che infine si scioglie quasi in un abbraccio viene interpretata dal ragazzo come lindispensabile aiuto sulla strada, sempre difficile, dell autonomia e della responsabilità. Ma non mancano altricasi in cui il trauma educativo, che non è detto sia necessariamente quello del discente, non si risolve, ma diviene un nodo inestricabile di sofferenza come accade allanziano maestro de Lo schiaffo.
A pensarci il virtuosismo di Franciò consiste proprio nel differenziare strenuamente langolatura visuale dello stesso tema, fino a renderlo a prima vista difficilmente riconoscibile.
E il caso del primo racconto, Maregrosso, in cui la speranza e la tensione del giovanissimo Mimì a integrarsi e ad apprendere viene raccolta da Mario, che per insegnargli a tuffarsi lo butta giù dalle sue spalle. Mimì si dimentica di sé nel rapimento del tuffo, ma per accorgersi poi di avere il volto coperto di sangue. La paideia si è realizzata ma a costo di una vera e propria ferita. In questo attuarsi di una socialità trepidamente desiderata e attesa che è educazione in quanto legame tra uomini,ma dal cui seno talora scaturiscono la ferita e il dolore, sta secondo noi lapoetica di questolibro.
Dico talora perché in alcuni dei racconti più importanti, se non dei più belli, le cose vanno lisce come in quello che dà il titolo alla raccolta o nel memorabile ritratto di un insegnante che è Tornare a Corinto. Ma se nella Religione del bar, basta un niente perché scatti quel qualcosa che stringe il gruppo in solidale, appassionata vibrazione, in Ricevimenti il contrappunto dellincomprensione e dellinsidia torna puntuale e come inesorabile. Ancora leducazione, liniziazione alla vita in comune mostrano il loro orizzonte di ansie di traumi e di rischi. Come sempre non soltanto per gli scolari, ma ce nè anche per loro, si consideri laspudorata risata di scherno dellatroce insegnante di francese ne La mouche.
Dei genitori distinguerei: quelli che vengono per sapere, quelli che già sanno. Solo coi primi si vorrebbe avere a che fare. I secondi vogliono conferme, e se non sentono le parole che già sanno, vanno via torcendosi il collo. Fino agli adulatori che poi smarriscono la memoria finanche del viso del loro fugace idolo.
Il contatto tra gli uomini è inevitabile, necessaria la coesistenza e la trama di un terreno comune. Affidato al linguaggio dei gesti, il primo elementare momento di questo faticoso impegno è la stretta di mano. Non a caso Sorrisi e strette chiude quasi il volume, dopo aver condotto il lettore agli elementi primari ed essenziali del suo tema.
In un simile stato di cose è inevitabile che un rito collettivo per eccellenza: lo spettacolo teatrale, cinematografico o sportivo assuma un ruolo decisivo e centrale, così numerosi sono i brani dedicati al teatro (Il dragone della montagna ma anche Si squarci nel soffiar) al cinema (Il cinema Mondello, Moderno estivo) e naturalmente al calcio con i ritratti davvero folgoranti di Erminio Bercarich, Bertolin e Benitez.
Con alterne vicende linterazione umana di cui si nutre La religione del bar ha comunque luogo, bene o male si compie. Nel secondo libro che Franciò ha dedicato alla narrativa, il più corposo Per figure intraviste, che è uscito nel 2004 sempre per i tipi di Intilla, le cose stanno in modo differente. E vero che i racconti sono una cinquantina, il che comporta giocoforza una maggiore varietà (non disomogeneità) di temi. Ma ciò che mi ha colpito di più è il ricorrere della solitudine, del contatto umano non tanto difficile e sofferto quanto assente. Per tutti si può citare la solitudine di fronte alla morte di Walter Chiari, alleviata da ununica presenza amica. Che un uomo sia trovato morto davanti al televisore acceso, e che questuomo abbia provato a sciogliere la sua solitudine in compagnia di un coniglio non è certo notizia di tutti i giorni. Ma sapere che il morto in questione è Walter Chiari può indurre più del semplice stupore.
La splendida immagine del comico dalla guizzante polemica parola appare ancora sui nostri teleschermi di notte o nelle prime ore del mattino, essa contrasta in modo singolare con lo squallore delle figure che vi si mostrano nelle ore di maggiore ascolto. Tale contrasto può riassumere ai nostri occhi lafflosciarsi e lo svilirsi della attuale vita italiana. Merito non piccolo dello scrittore è quello di averlo lapidariamente suggerito attraverso la rappresentazione di una morte desolata. |