pagina 14 - ASIS news Anno IV numero 20 - 30 novembre 2005

chiatto
LA CHITARRA NELL’OTTOCENTO /10

Un problema che si mette in evidenza per i chitarristi di questo periodo in particolar modo per i concertisti è legato ad un fattore di carattere acustico: l’intensità.

Il volume emesso dallo strumento si perde in un luogo abbastanza grande e non lascia gustare le armonie prodotte dall’esecutore. A questo proposito sono molte le critiche che vengono fatte agli esecutori e soprattutto ai musicisti che cercano di forzare il volume a discapito della qualità del suono. Si legge da un articolo del periodo: “...Essi premono le corde con forza tale, allo scopo di produrre un grande suono che, sebbene essi producano più rumore, in realtà perdono il vero timbro dello strumento...Non è la grandezza di un suono che viaggia più veloce e più lontano, ma la sua qualità.” (Turnbull Harvey, “La Chitarra dal Rinascimento ai nostri giorni” Curci, 1982, pag. 84). Ovviamente questa difficoltà dell’intensità del suono, accennata nelle puntate precedenti, viene messa più in evidenza quando la chitarra suona in duo o con più strumenti. In questo periodo di transizione anche la morfologia dello strumento muta, e la postura del musicista viene studiata maggiormente a causa del repertorio che nasce alla fine del XVIII secolo con Fernando Sor e Mauro Giuliani, un repertorio con pagine musicale di grande impegno e una durata di tempo a volte molto più lunga rispetto al repertorio che si era formato precedentemente. Adesso la tecnica chitarristica dà un contributo maggiore alla chiarezza del suono, invece la corretta posizione, permette una esecuzione virtuosistica meno faticosa. La chitarra cambia la sua morfologia assumendo una forma più grande è un “diapason” più lungo per favorire un suono più forte senza impoverire la sua qualità. Il “diapason” o come si afferma oggi la lunghezza vibrante della corda è calcolata dalla distanza che c’è tra i due punti nodali che va dal ponticello alla capotasto. Un cambiamento importante è anche il modo di come pizzicare la corda: prima il polpastrello delle dita pizzica la corda andando verso il palmo della mano, adesso nasce il “tocco appoggiato”, il polpastrello suona scivolando verso il basso sulla corda pizzicata e appoggiandosi su quella immediatamente superiore. Il mignolo della mano destra non si appoggia sul piano armonico, ma è libero agevolando il movimento delle altre dita che hanno una collocazione più precisa: l’indice sulla terza corda (sol) il medio sulla seconda (si) e l’anulare sulla prima (mi). Anche in questo periodo nasce la controversia sull’impiego delle unghia per pizzicare le corde. Una spiegazione esauriente a proposito ci viene data da Dionisio Aguado: “Noi possiamo suonare sia con le unghia che con il polpastrello delle dita della mano destra. Da parte mia, io ho sempre usato le mie unghie; nondimeno io ho deciso di tagliare la mia unghia del pollice dopo aver sentito suonare il mio amico signor Sor... L’impulso del polpastrello del pollice sulle note basse produce suoni pieni e gradevoli. Io conservo le unghie dell’indice e del medio...E anche da osservare, che io non attacco le corde con le sole unghie; poiché in questo caso il suono sarebbe aspro e sgradevole. La corda è inizialmente toccata dal lato sinistro del polpastrello che successivamente striscia sino all’unghia; è quest’ultimo movimento che da brillantezza al suono prodotto dal polpastrello. Le unghie dovrebbero essere piuttosto flessibili e poco sporgenti dalle estremità delle dita. Se esse sono troppo lunghe, impediscono l’esecuzione... (Turnbull Harvey, “La Chitarra dal Rinascimento ai nostri giorni” Curci, 1982, pag. 90).

(continua)

Demetrio Chiatto


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