
Nella piazza del paese di Mineo, in provincia di Catania, la Patria ha dedicato un monumento a Luigi Capuana, che in quel centro vide la luce nel 1839.
Quando lautore morì, la Patria era impegnata da sei mesi nella Grande Guerra e così accadde che la scomparsa del letterato passasse sotto silenzio. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma lo scrittore non ha più riconquistato quel consenso di pubblico che ebbe in vita. Se il tempo è galantuomo ci sarà un ritorno di Capuana, il grande cantore della Sicilia in toni meno desolati e pessimisti di quelli di Giovanni Verga. Il dualismo col contemporaneo e corregionale Verga fu costante argomento dei critici e la palma venne attribuito a questultimo. Nulla da eccepire sul verdetto, ma ciò non toglie che Capuana meriti di essere ricordato.
Qualche sua pagina può essere considerata fuori moda, ma altre rimarranno. Luigi Capuana era nato,primo di dieci fratelli, in una famiglia di ricchi possidenti in una Sicilia ricca di fermenti politici e poco incline ad occuparsi di problemi letterari. I parenti rigidamente cattolici e tipici esponenti di un padronato che nellItalia meridionale era ancora più gretto, se possibile di quello del nord del Paese. Questo ambiente contribuì a formare il carattere del giovane e costituirà il connettivo di molte sue opere autobiografiche. Capuana aveva la generosità tipica dei siculi, col loro ardore sessuale, con la loro insofferenza ad una vita difficile.
Iscritto alla facoltà di giurisprudenza, Luigi abbandonò ben presto gli studi per rifugiarsi a Firenze, la capitale letteraria dItalia. Inquieto e geniale aveva amore per la magia, per la fotografia, per la psicologia e per la pittura. Fece il critico teatrale per il quotidiano fiorentino La Nazione ed ebbe subito modo dinimicarsi autori ed attori. Il vivere in Toscana contribuì alla formazione culturale e politica del giovane e gli tolse quella patina di provincialismo che si era portata dietro da Mineo. Tornato al paese fu eletto sindaco e contribuì al risanamento delle finanze comunali. Meno riguardo ebbe per il suo denaro che sperperò con prodigalità. A 26 anni sinnamorò di una contadina ed ebbe con lei una relazione che durò ventanni, costellata dalla nascita di numerosi figli, tutti indirizzati allorfanotrofio di Caltagirone. Fu tale linfatuazione per quella donna, che il poeta se la portò a Milano, dove collaborò col Corriere della sera, che pubblicò numerosi suoi articoli di critica teatrale e letteraria.
E facile intuire in quale stato di disagio abbia vissuto lamante analfabeta, in quel raffinato e colto mondo milanese. Capuana badava a spendere più di quanto guadagnasse. Giocava grosse somme di denaro, frequentava i caffè concerto accompagnandosi alle sciantose. Sempre indebitato, si portò, fino alla tomba, lassillo dei creditori e delle scadenze. Tutto ciò non giovò né alla sua salute né al suo equilibrio. Scriveva di continuo romanzi, novelle, critiche, libri per ragazzi, ebbe un posto ben remunerato allUniversità di Catania, grazie ad un ministro amico, ma non riuscì mai a raggiungere la serenità. Aveva finito con lo sposarsi lultimo grande amore della sua vita, ma la sua vecchiaia era una vana lotta contro le cambiali, lotta che Capuana cercava di vincere producendo in continuazione. La morte lo colse, per arresto cardiaco, in piena fase di lavoro.
Ci lasciò belle novelle, opere di critica letteraria, saggi sul teatro, commedie e quella pietra miliare nella letteratura della seconda metà dell800 che è Il marchese di Roccaverdina. Fu il primo a propugnare in Italia il romanzo naturalistico e psicologico e seppe farsi leggere mirabilmente. Servì onestamente quellarte che amava e per questo è in credito con noi, per una volta nella sua vita di debitore. |