pagina 10 - ASIS news Anno IV numero 20 - 30 novembre 2005

lavalle
Dai toni meno desolati e pessimistici del corregionale Giovanni Verga
LUIGI CAPUANA CANTORE DELLA SICILIA

Nella piazza del paese di Mineo, in provincia di Catania, la Patria ha dedicato un monumento a Luigi Capuana, che in quel centro vide la luce nel 1839.

Quando l’autore morì, la Patria era impegnata da sei mesi nella Grande Guerra e così accadde che la scomparsa del letterato passasse sotto silenzio. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma lo scrittore non ha più riconquistato quel consenso di pubblico che ebbe in vita. Se il tempo è galantuomo ci sarà un ritorno di Capuana, il grande cantore della Sicilia in toni meno desolati e pessimisti di quelli di Giovanni Verga. Il dualismo col contemporaneo e corregionale Verga fu costante argomento dei critici e la palma venne attribuito a quest’ultimo. Nulla da eccepire sul verdetto, ma ciò non toglie che Capuana meriti di essere ricordato.

Qualche sua pagina può essere considerata “fuori moda”, ma altre rimarranno. Luigi Capuana era nato,primo di dieci fratelli, in una famiglia di ricchi possidenti in una Sicilia ricca di fermenti politici e poco incline ad occuparsi di problemi letterari. I parenti rigidamente cattolici e tipici esponenti di un padronato che nell’Italia meridionale era ancora più gretto, se possibile di quello del nord del Paese. Questo ambiente contribuì a formare il carattere del giovane e costituirà il connettivo di molte sue opere autobiografiche. Capuana aveva la generosità tipica dei siculi, col loro ardore sessuale, con la loro insofferenza ad una vita difficile.

Iscritto alla facoltà di giurisprudenza, Luigi abbandonò ben presto gli studi per rifugiarsi a Firenze, la capitale letteraria d’Italia. Inquieto e geniale aveva amore per la magia, per la fotografia, per la psicologia e per la pittura. Fece il critico teatrale per il quotidiano fiorentino “La Nazione” ed ebbe subito modo d’inimicarsi autori ed attori. Il vivere in Toscana contribuì alla formazione culturale e politica del giovane e gli tolse quella patina di provincialismo che si era portata dietro da Mineo. Tornato al paese fu eletto sindaco e contribuì al risanamento delle finanze comunali. Meno riguardo ebbe per il suo denaro che sperperò con prodigalità. A 26 anni s’innamorò di una contadina ed ebbe con lei una relazione che durò vent’anni, costellata dalla nascita di numerosi figli, tutti indirizzati all’orfanotrofio di Caltagirone. Fu tale l’infatuazione per quella donna, che il poeta se la portò a Milano, dove collaborò col “Corriere della sera”, che pubblicò numerosi suoi articoli di critica teatrale e letteraria.

E’ facile intuire in quale stato di disagio abbia vissuto l’amante analfabeta, in quel raffinato e colto mondo milanese. Capuana badava a spendere più di quanto guadagnasse. Giocava grosse somme di denaro, frequentava i caffè concerto accompagnandosi alle “sciantose”. Sempre indebitato, si portò, fino alla tomba, l’assillo dei creditori e delle scadenze. Tutto ciò non giovò né alla sua salute né al suo equilibrio. Scriveva di continuo romanzi, novelle, critiche, libri per ragazzi, ebbe un posto ben remunerato all’Università di Catania, grazie ad un ministro amico, ma non riuscì mai a raggiungere la serenità. Aveva finito con lo sposarsi l’ultimo grande amore della sua vita, ma la sua vecchiaia era una vana lotta contro le cambiali, lotta che Capuana cercava di vincere producendo in continuazione. La morte lo colse, per arresto cardiaco, in piena fase di lavoro.

Ci lasciò belle novelle, opere di critica letteraria, saggi sul teatro, commedie e quella pietra miliare nella letteratura della seconda metà dell’800 che è “Il marchese di Roccaverdina”. Fu il primo a propugnare in Italia il romanzo naturalistico e psicologico e seppe farsi leggere mirabilmente. Servì onestamente quell’arte che amava e per questo è in credito con noi, per una volta nella sua vita di debitore.

Paola La Valle


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