 Mario Calamia Ho assistito per caso ad una trasmissione, in diretta dalla Camera dei deputati, di una seduta parlamentare in cui venivano proposti vari quesiti.
Malgrado allordine del giorno ci fossero argomenti che rivestivano un certo interesse, molto presto la mia attenzione è stata distolta da ciò che avveniva nellaula durante quello che faccio fatica a definire dibattito.
Mentre i deputati svolgevano i loro interventi, locchio della telecamera esplorava pigramente laula, rivelando il disinteresse della maggior parte dei presenti a quanto gli oratori andavano dicendo.
Per un po mi sono cullato nellipotesi consolatoria che il tema trattato fosse di scarso rilievo o che leloquio dellonorevole fosse sciatto o noioso. Pian piano, ho dovuto prendere atto che nellaula regnava unatmosfera di bivacco, se è possibile usare questo termine per un ambiente pullulante di uomini armati di telefonini.
Chi leggeva i giornali, chi fumava infischiandosene dei divieti o almeno delle buone maniere, chi chiacchierava del più e del meno con il vicino. Alcuni se ne stavano stravaccati sul banco, altri fissavano il vuoto in evidente stato di dormiveglia.
Davanti alla telecamera cera un andirivieni di deputati che entravano ed uscivano indaffarati o, più semplicemente, desiderosi di sgranchirsi le gambe.
I più efficienti avevano organizzato sul loro banco un vero e proprio ufficio mobile, con agenda e cellulari che usavano senza risparmio per restare in contatto con il "mondo reale" quello dei loro clienti e degli elettori- |  | Gli oratori non si mostravano contrariati per questa atmosfera da andirivieni della stazione e proseguivano parlando per se stessi e per i pochi che mostravano qualche modesto segno dinteresse.
Non parlo del vestiario: una tenuta un po meno stazzonata di quella consigliata per un lungo viaggio estivo in autostrada avrebbe forse rivelato un minimo di rispetto per il luogo o la funzione esercitata.
So bene che non si deve generalizzare e che non mancano lodevoli eccezioni, ma sono testimone di scene desolanti come questa in tanti altri luoghi che dovrebbero essere esempi di quella convivenza civile che gli anziani vanno predicando ai più giovani: tribunali, istituzioni, università, scuole, perfino, talvolta, luoghi di culto. |  |
Quello che colpisce è lirritualità di questi comportamenti. Quando un luogo deputato ad un confronto tra posizioni diverse attraverso unaccesa discussione, si trasforma in una piazza in tumulto (per non dire gazzarra), cè da chiedersi se questi nostri rappresentanti si rendano conto dellonore ma anche degli oneri che la loro carica comporta.
Gli organismi rappresentati sono nati per ritualizzare ogni sorta di contesa, per creare unatmosfera di rispetto che faciliti il raggiungimento di soluzioni eque e meditate dei problemi in discussione.
Questi luoghi dovrebbero essere di esempio per tutti i cittadini ed invece, guardandoci attorno possiamo notare come questo proliferare di spregio delle norme di comportamento che privilegia lazione diretta a vincere non tenendo in considerazione laltro, trovi continuo alimento e sostegno sul comportamento di chi ci rappresenta e fornisce un alibi per la condotta dei giovani.
Su questo sfondo si colloca il confronto tra generazioni. E inutile invitare i ragazzi a cogliere la bellezza della democrazia e a ricercare il dialogo.
La scuola delleducazione è lesempio, la disponibilità, la condivisione di un interesse comune ad adulto e giovane, a maestro e ad allievo: la crescita, lautonomia, la responsabilità.
Se lesempio è quello descritto sopra non aspettiamoci rose e fiori. Dove abbondano cattivi maestri, proliferano pessimi allievi; per questo è necessaria una concezione dellesistenza che preveda momenti in cui trovare tempi e spazi protetti per dialogare con noi stessi e con gli altri.
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